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Sersalensis - pennello

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Profile of the Artist Vincenzo Borelli

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Work in Gallery of Art Nuovo Lavoro

Mandylion
Pantocrator L'Achéropita
Anno: 2004
Tecnica: Stampa alla clorofilla su foglia di zucca e stampa acrilica a tampone su carta
Misure: cm. 25,7x36,5
Tiratura: 1/150a

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Stampa alla clorofilla

L'achéropita

La religione cristiana è fatta di simboli. Uno di questi simboli è l'Achéropita (dal greco "Acheiropoietós" che significa: "Non fatta da mano d'uomo") e raffigura il "Salvatore", esso a partire dal VII secolo d.c. si ritrova sugli stendardi, ma ancora prima, dai tempi dell'imperatore romano Costantino, l'Achéropita assieme all'immagine dell'imperatore la si ritrova rappresentata su avori e medaglie.

La funzione di quest'immagine, data agli uomini miracolosamente (secondo la tradizione), è di protezione, di vittoria sul nemico, su ogni nemico, cioè sul male.

Eusebio di Cesarea (265-340) nella sua "Storia Ecclesiastica", (libro primo, argomento tredicesimo, nel racconto sul re degli Edesseni) narra che un certo re di nome Abgar V Uchamas, detto il Nero, Re dell'Osroene, regno situato nella Mesopotamia nord-occidentale con capitale Edessa (oggi Urfa, in Turchia) e toparca cioè governatore, sovrano di questa città, contemporaneo di Cristo era ammalato di lebbra. Venuto a conoscenza dell'esistenza di Gesù di Nazareth e dei suoi poteri di guarigione miracolosa, il re gli mandò un messaggero per chiedergli di recarsi da lui, nella Città d'Edessa, ma Gesù non volle andare, però gli inviò una lettera, nella quale promise che per la sua forte fede, dopo la sua morte e risurrezione, avrebbe mandato un suo discepolo che lo avrebbe guarito dalla sua lebbra e così avvenne. Eusebio di Cesarea informa che gli originali in Siriaco della corrispondenza avuta luogo tra Cristo e Abgar Re di Edessa, erano conservati negli archivi di Edessa, alle cui fonti attinse anche Giulio Africano. Dei documenti citati da Eusebio, esiste ancora oggi il testo integrale in Siriaco, ritrovato in un manoscritto del VI secolo d.C. oltre a due redazioni greche indipendenti, molto più brevi della Siriaca. Il racconto che sia una leggenda è provato dall'usanza dei Cristiani del II secolo di sovrapporre in questo caso alla figura di Abgar IX, primo re cristiano di Edessa, deposto da Caracalla nel 216, quella di Abgar V detto il Nero, figlio di Uchamas, contemporaneo di Cristo, di conseguenza il "Taddeo" che guarì Abgar, non è altro che"Addai", evangelizzatore dell'Osroene, della seconda metà del II secolo, il cui nome fu assimilato a quello di Taddeo e quindi, il regno di Edessa fu il primo stato al mondo a divenire cristiano, tra il 170 e il 214 d.c. A questa leggenda è accostata un'altro racconto parallelo che risalirebbe alla fine del IV secolo d.C.; altri studiosi la fanno risalire nel 544 all'epoca dell'assedio di Edessa, ed è raccontata nella Dottrina di Addai. È una composizione siriana che include varie leggende, secondo questo racconto Abgar dopo aver tentato invano di convincere Gesù a recarsi ad Edessa, inviò dal Cristo il suo archivista e pittore Hannan affinché dipingesse il volto del Cristo su un tessuto, un pezzo di stoffa, il "Mandylion", chiamato secondo la tradizione occidentale anche "sudario" o "Immagine della Veronica". Hannan per ritrarre il volto di Gesù, si mise in una posizione da dove poteva vederlo meglio, infatti, il Cristo era accerchiato da una immensa folla, quindi, salì su un grosso sasso. Il pittore Hannan provava e riprovava, ma, non riusciva a ritrarre il Cristo per lo splendore del suo volto. Vedendo che Hannan dopo ripetuti tentativi non riusciva a fare il ritratto, Gesù allora bagnò il suo viso con dell'acqua, prese il tessuto e se lo pose sul volto per asciugarlo e miracolosamente l'impronta del suo volto si trasferì sulla stoffa. Il pittore Hannan ritornò ad Edessa con l'immagine del Cristo impressa sul Mandylion e con una lettera in cui era promessa da Gesù la sua guarigione, l'invio di uno dei suoi discepoli al termine della missione apostolica e l'incolumità della Città. Il Re Abgar guarì dalla lebbra, ma non completamente, gli rimasero alcune tracce della malattia sul viso.

Dopo la pentecoste, quando Gesù se ne andò definitivamente in cielo, si recò a Edessa, a completare la guarigione del Re Abgar l'apostolo Taddeo, uno dei settanta discepoli mandati da Gesù ad evangelizzare, egli completò definitivamente la guarigione del Re, che si convertì al Cristianesimo, abbatté tutti gli idoli pagani e innalzò il Mandylion come stendardo della Città, e lo pose al posto di un idolo pagano su una delle porte della città. Il pronipote del Re Abgar che salì al trono di Edessa ritornò al paganesimo e cercò di distruggere il Mandylion: a protezione del sacro Volto del Cristo, intervenne il vescovo Cristiano di turno, della città di Edessa che la fece murare. Il racconto dice che il vescovo pose all'interno di una nicchia, la stoffa con il volto del Cristo, una tela che la copriva e una lampada ad olio accesa. La nicchia che custodiva il Mandylion col tempo fu dimenticata, il nascondiglio fu riscoperto nel 544 d.C., durante l'assedio della città al tempo di Ckosroes re dei Persiani. La tradizione racconta che miracolo dei miracoli la lampada era rimasta accesa, e non solo il volto del Cristo sul Mandylion era intatto, ma si era pure miracolosamente impresso sul lato interno della tela che schermava il Mandylion.

Da questa vicenda miracolosa la tradizione Cristiana elabora nell'iconografia pittorica un primo modello canonico di "IMMAGINE" del volto di Cristo detto appunto "SALVATORE ACHEROPITA", che si divide in due rappresentazioni simili con delle diversità che rendono dissimili questo primo tipo di Icona del Santo Volto: una in cui il Volto del Signore è raffigurato sulla stoffa detta Mandylion e con gli occhi che guardano in una direzione, l'altra con il Volto del Cristo impresso sulla tela di protezione chiamata "Cheramion" e con gli occhi che guardano nella direzione opposta, "speculare" alla prima icona (Mandylion). Questa immagine è considerata secondo la tradizione, la più antica rappresentazione di Gesù e riproduce, le fattezze reali di Cristo impresse sul "Mandylion", il tessuto di lino inviato dal Signore al Re Abgar. In questo primissimo modello canonico è raffigurato sullo sfondo di un nimbo cruciforme simbolo del Sacrificio di Cristo, il volto di Gesù. I capelli castani, scendono simmetricamente divisi, sui due lati del capo dividendosi in due boccoli all'incirca l'altezza della lunga barba di un bruno scuro, che si divide anch'essa in due parti. Ha la fronte ampia e il naso lungo, gli occhi grandi, aperti e scuri, la bocca piccola, dalle labbra quasi appena accennati. In questa immagine si tenta di rappresentare L'Uomo-Dio, venuto sulla terra a "salvare" l'umanità dal peccato e redimerla dalla morte. Dopo il V secolo d.c. i padri della chiesa cominciano a fare allusioni a questa reliquia acheropita, forse perché prima, se ne era dimenticata l'esistenza, in quanto era ancora nascosta nella nicchia murata. Ciò che si sà dell'icona detta appunto Cheramion è che si trovava a Ierapoli (Mabbough) in Siria.

Nell'ottavo secolo d.c. a seguito della controversia iconoclasta, con la vittoria definitiva degli iconofili e il trionfo dell'ortodossia il Mandylion con l'achéropita di Edessa divenne il modello storico e canonico più antico, della possibilità di raffigurare il Dio invisibile, fattosi visibile in Cristo. Sono numerose le testimonianze e le descrizioni che mettono in relazione il Mandylion con la Sacra Sindone di Torino. Nel 944 d.c. in seguito ad un assedio, gli imperatori bizantini Costantino Porfirogenito e Romano I acquistarono il Mandylion dalle autorità musulmane del sultano arabo che aveva occupato Edessa. La teca con il Mandylion viene portata a Samosata per un primo controllo con le copie, infine giunge solennemente a Costantinopoli. Dell'arrivo del Mandylion a Costantinopoli la testimonianza si ritrova nell'omelia attribuita a Costantino VII Porfirogenito, imperatore di Costantinopoli dal 912 al 958, e nel resoconto di Gregorio il Referendario. Sono molti gli studiosi che pensano che il Mandylion con ogni probabilità era la Sindone ripiegata in otto strati (tetradyplon) in modo da far vedere solo il volto, infatti, Mandylion è una grecizzazione del termine arabo "Mandil" che significa "lenzuolo". Nell'arabo moderno il termine MANDIL è tradotto in Italiano "fazzoletto, scialle" (vedi "Il Piccolo Dizionario Italiano Arabo" di Paolo Valerio Mantellini del 2007, disponibile in versione elettronica, ".pdf", ".xls"). Le tracce dell'Icona del Santo Volto di Cristo si perdono nel 1204 con il sacco di Costantinopoli. Della presenza ad Edessa del telo sepolcrale di Gesù si ritrovano tracce nei documenti del Concilio II di Nicea del 787 d.C. Il lino achéropita era alla base dei dibattiti sul culto delle immagini sacre. Altri studiosi ritengono in base alle testimonianze dei vangeli che il lenzuolo (bende, nel testo biblico) e il Mandylion o sudario che venne posto sul capo sono due cose diverse. Le bende del vangelo corrispondono alla Sindone di Torino, mentre il sudario dovrebbe essere il fazzoletto conservato ad Oviedo in Spagna dal 631 d.C. e che alle analisi del sangue ha mostrato di possedere lo stesso gruppo sanguigno della Sindone (AB, molto raro) e pollini anch'essi della stessa regione intorno a Gerusalemme già presenti sulla Sindone.

In Calabria, nelle colline tra il mar ionio e i monti della Sila esiste una località che fa parte del comune di Zagarise (Catanzaro) denominata, guarda caso, "Mandile".

Il secondo modello canonico di Immagine del volto di Cristo lo si ritrova dopo la crisi Iconoclastica, nel VII secolo d.c., con il Cristo "in maestà" e prende il nome di "Cristo Pantocrator".

Il terzo ed ultimo modello canonico di Sacra Immagine del Volto di Cristo è rappresentato nell'iconografia cristiana antica, dall'icona del "Cristo in Gloria", chiamata anche con il nome di "Salvatore tra le Potenze".

Il volto del Cristo nelle Icone antiche è circondato dal nimbo cruciforme con le tre lettere W, O, N, che significano: "Colui che é", vale a dire il nome rivelato a Mose sul monte Sinai, quando si trovava davanti al roveto ardente. Il Mandylion e la Sindone, la storia di queste reliquie ha origine ad Edessa, tra il II e il IV secolo d.C. da questa città arrivarono (in particolare la sindone) in occidente, si ritiene comunemente, tramite i Cavalieri Templari che la portarono in Francia e da questo paese in Italia. La sindone è realmente un oggetto "non fatto da mani umane", essa corrisponde letteralmente ad un negativo fotografico, ma, il fatto che l'immagine non sia un dipinto, opera dell'ingegno umano, non prova che sia effettivamente il volto del Cristo, sono troppi gli aspetti in contrasto con il racconto evangelico e poi chi lo dice se a quei tempi l'uomo non conosceva le qualità fotosensibili di determinati elementi tipo il bitume e l'argento? Le famose "Pile di Bagdad", piccole giare usate anticamente come pile elettriche tuttora funzionanti, scoperte da un ingegnere tedesco tra quegli oggetti che il museo della città considerava cianfrusaglie etichettate come "oggetti di culto" risalenti alla dinastia dei Sassanidi (II secolo d.C.) dimostrano inconfutabilmente che il mondo antico conosceva i segreti dell'elettricità e i procedimenti elettrolitici di galvanizzazione per l'argentatura e doratura mediante placcatura dei metalli meno nobili, anche se in base alle ricerche condotte in seguito, tali conoscenze erano patrimonio esclusivo di sette e di piccoli gruppi di persone che difendevano gelosamente tali segreti, anche se diffusi in tutto il mondo, quindi, nel secondo secolo d.C. il secolo in cui ebbe origine la leggenda di Abgar e dell'Achéropita, sicuramente era conosciuta la proprietà fotosensibile del nitrato d'argento e la relativa applicazione, di conseguenza con molta probabilità, la Sindone era e tuttora rappresenta la prova archeologica comprovata di tali conoscenze.

Personalmente non ho mai esaminato la sindone ma, con tutta certezza posso affermare che nulla di miracoloso c'è nella Sindone, ma, solo l'applicazione di determinate scienze, conosciute nel secondo secolo dopo Cristo e dimenticate successivamente per essere riscoperte e divulgate nei giorni nostri. Si può affermare con evidente certezza che il personaggio della Sindone di Torino non è il Cristo dei Vangeli, anche se, la corona di spine faccia pensare che era una persona che avrà aspirato alla regalità, forse avrebbe cercato di usurpare un diritto che non le aspettava. Bisogna, infatti, considerare che i romani adattavano le crocifissioni e infliggevano le torture in accordo con il crimine commesso, affinché questo fosse di esempio e nessuno si azzardasse di replicare lo stesso reato, quindi, la corona di spine sul capo del condannato fa pensare a qualcuno che si sia spacciato per un nobile. I Vangeli e tutte le epistole apostoliche, presentano il Cristo come un agnello immolato, perfetto senza difetto alcuno (1Pietro 1,19), invece nell'uomo della Sindone si nota chiaramente che ha un arto della gamba più corto dell'altro, e un piede anziché presentarsi diritto parallelo all'altro è girato di novanta gradi, questo difetto ha dato luogo a quello che è stato definito il "Cristo zoppo", infatti, tutta l'iconografia del Cristo in Croce successiva, nella necessità di conformarsi da una parte ai Vangeli e dall'altro ad un originale ritenuto autentico hanno dato origine alla cosi detta "curva bizantina" vale a dire al bacino del corpo spostato a sinistra e al poggiapiedi della croce inclinato. Nonostante gli studiosi cattolici odierni spiegano questa anomalia definendola solo "apparente", dovuta a quella che chiamano "rigidità cadaverica" che si è venuta a formare per la sovrapposizione del piede sinistro sul destro, guarda caso nessuno durate tutti questi secoli se ne era mai accorto, ma hanno continuato a credere che il Cristo della Sindone fosse zoppo dalla nascita a tal punto da influenzare anche le rappresentazioni di Gesù Bambino, si è dovuti comunque, arrivare ai nostri tempi con le attuali conoscenze per capire questa anomalia? O è un altro tentativo, questa volta ad uso e consumo dei sacerdoti che per collegare la sindone ai vangeli e far accettare di nuovo a tutti specialmente ai non credenti la presunta "autenticità" della Sindone si è ricorsi a questa nuova scorciatoia di carattere medico-anatomico? La presenza del sangue sul tessuto della Sindone è la prova che il cadavere non è stato lavato prima di esservi avvolto. I quattro vangeli presentano una contraddizione reciproca sia riguardo al tessuto di lino usato per avvolgere il corpo del Cristo, sia a proposito della preparazione alla sepoltura, inoltre è strano che sia stato avvolto nella Sindone con tutta la corona di spine. La corona di spine era un oggetto blasfemo posto sul capo del condannato, ma poiché a togliere il Cristo dalla croce non furono i soldati romani e neanche i nemici giudei, ma giudei che nutrivano profondo rispetto verso Gesù Cristo, senza ombra di dubbio tolsero dalla testa l'oggetto della burla, se ci immedesimiamo nella scena penso che chiunque, nutrendo rispetto verso una tale persona, ma anche come segno umanitario avrebbe tolto dal cadavere una tale corona fatta da spine, non e così? Dato che l'uomo della sindone pare abbia la corona di spine, è evidente che non è il Cristo dei Vangeli.

Io non sono un esperto in queste discipline, ma penso che con l'enorme bibliografia sulla sindone a disposizione di tutti, basta qualche ricerca per permettere a chiunque anche a chi è completamente "crudo" di queste materie di formulare un giudizio, la propria opinione sull'uomo della Sindone. Ho voluto esaminare il testo greco dei quattro Vangeli aiutandomi con "il Nuovo Testamento Interlineare, greco, latino, italiano" della San Paolo, terza edizione giugno 2000 e ho trovato le prove a sostegno della mia tesi.

Il Vangelo di Matteo capitolo 27 verso 59 usa un termine greco che si legge "Sindoni" e che la Bibbia, pocanzi citata traduce "lenzuolo". Il testo in Italiano così traduce: "Giuseppe prese il corpo, l'avvolse in una sindone pulita e lo depose nel suo sepolcro nuovo che aveva scavato nella roccia". Rotolò una grossa pietra all'entrata del sepolcro e se ne andò. C'erano là Maria Maddalena e l'altra Maria, sedute di fronte al sepolcro". Il testo in latino, la parte principale che più ci interessa dice cosi: "Et, accépto córpore, Ioseph invólvit illud in síndone munda". Si evince da questo Vangelo che il corpo del Cristo è stato deposto nella sindone senza essere stato lavato. In questo Vangelo non si parla né di bende, né di sudario o Mandylion. Lo stesso discorso vale per il testo del Vangelo di Marco (Marco 15,42-47) anche qui si parla della sindone nel quale è stato avvolto Gesù e deposto nel sepolcro senza essere stato prima lavato e unto con gli aromi, infatti, come attesta il capitolo 16 il giorno successivo al riposo domenicale ebraico (il sabato), le donne comprarono aromi e andarono ad ungere Gesù ma non lo trovarono perché era resuscitato. Anche qui non si parla né di bende, né di sudario. L'Evangelo secondo Luca (cap.23 ver. 53-56) ripete quanto è già stato detto nei precedenti Evangeli, ma, il capitolo 24, verso 12 aggiunge cosa vide San Pietro quando andò al sepolcro: "Guardò dentro e vide solo le bende". Pietro secondo quanto afferma questo Vangelo non vide la sindone né il mandylion, nel sepolcro ma, solo le bende. L'Interlineare della San Paolo traduce il termine greco usato nel verso 12 che si legge "othonia" con "fasce". Dov'era finita la sindone? Il Vangelo secondo Luca non lo dice.

Diverso discorso troviamo nel Vangelo secondo Giovanni, infatti, nel capitolo19, verso dal 38 al 42 racconta che un giudeo seguace segreto di Gesù (oggi diremmo un simpatizzante, ma non convertito) di nome Giuseppe di Arimatea (lo stesso Giuseppe degli altri tre Vangeli) staccò Gesù dalla croce per deporlo nel suo sepolcro. A questo punto il Vangelo secondo Giovanni afferma una cosa nuova contraddicendo gli altri tre vangeli. Appare una figura nuova è Nicodemo, altro giudeo simpatizzante, che è venuto per lavare e ungere Gesù con una mistura di mirra e aloe secondo l'usanza di quei tempi. Questo vangelo non fa nessuna menzione della sindone, anzi dice il contrario di ciò che raccontano gli altri evangeli, il verso 40 dice: "Presero il corpo di Gesù e l'avvolsero con le bende [si faccia attenzione che il termine greco qui usato che in italiano significa bende o fasce si legge "othoniois" che l'interlineare della San Paolo traduce "con bende". Quello che a noi interessa è che il termine "othonia" è diverso da "sindoni" ed entrambi i termini indicano cose completamente diverse l'una dall'altra, inoltre "bende" è al plurale (ad indicare più di una) e "sindoni" è sempre al singolare, ad indicare un solo lenzuolo] assieme agli aromi, secondo l'usanza di seppellire dei Giudei. L'usanza di seppellire dei giudei è raccontata nello stesso vangelo di Giovanni, che al capitolo 11 verso 44 parla di un morto di nome Lazzaro resuscitato da Gesù che nel venire fuori dalla tomba dove era stato posto era legato piedi e mani con le bende e sulla faccia era avvolto un sudario. Da quanto si evince in questo verso, i cadaveri non erano affatto avvolti nella sindone, ma erano semplicemente bendati e con la testa avvolta in un fazzoletto (il sudario) ma, ancora prima di avvolgerli nelle bende i cadaveri erano preparati, vale a dire, unti con oli profumati. Nel caso di Gesù, anche se il vangelo di Giovanni non dice che il corpo di Gesù fu lavato, però è sottinteso: non si poteva e né si può profumare un corpo di un cadavere macchiato e che puzza di sangue, è fuori luogo, è impensabile che Nicodemo abbia unto Gesù senza prima lavare il suo corpo, se il corpo non fosse stato lavato, la puzza del sangue avrebbe coperto l'odore dell'olio. Che Nicodemo abbia lavato il corpo di Gesù prima di avvolgerlo nelle bende, è dimostrato dalla mistura che si era portato: l'aloe è una pianta grassa con proprietà detergenti naturali, è un vero e proprio sapone vegetale, la mirra è un profumo, quindi mischiando questi due elementi ottenne un sapone profumato che servì a lavare, a togliere dal corpo del Cristo tutto il sangue fuoriuscito dalle ferite. Che i cadaveri fossero lavati e profumati e attestato da altri passi dei vangeli quale Matteo capitolo 26 verso da 6 al 12, Marco capitolo 14 verso da 3 a 8, Luca capitolo 7 verso dal 36 al 46, Giovanni capitolo 12 verso da 1 a 7. Nei passi pocanzi citati si parla di una donna che verso sul capo del Cristo dell'olio profumato ungendo con esso tutto il corpo fino ai piedi. La cosa interessante è che i piedi essendo soggetti ad essere più sporchi di tutto il corpo, perché camminando a quei tempi a piedi nudi o con sandali su strade non asfaltate come quelle d'oggi, ma polverose, si riempivano di polvere, di conseguenza la donna prima lavò i piedi anche se in forma simbolica e poi verso il profumo e Gesù commento quest'azione come, (ecco il punto) una preparazione alla sua sepoltura esprimendo esplicitamente la sua volontà che quando sarebbe arrivata la sua ora avrebbe voluto essere sepolto alla maniera giudaica di quei tempi, in altri termini fece capire chiaramente che dopo morto voleva che il suo corpo fosse lavato e unto con essenze profumate secondo l'usanza del tempo.

Come sono andate effettivamente i fatti? La fede e solo la fede e non il racconto evangelico ci dice che il corpo del Cristo fu avvolto inizialmente, appena staccato dalla croce nella Sacra Sindone, poi la Sacra Sindone venne tolta perché sporca, imbevuta di sangue e sostituita dalle "othonia" (le bende) e dal "soudarion" (il mandilion per la testa), ma di questo susseguirsi di eventi non è fatto cenno alcuno nei quattro vangeli, infatti, tutti e quattro gli Evangeli omettono di indicare la sindone tra gli oggetti trovati nel sepolcro dopo la resurrezione. Il Vangelo di Giovanni al capitolo 20 verso dal 6 al 7 dice che San Pietro vide le bende (othonia) che giacevano distese e il "soudarion" (questo è la lettura del termine greco usato nel verso sette) "che era sopra il capo ripiegato in un angolo a parte", ma non vide nessuna sindone. Che fine a fatto la Sindone? Sempre la fede nel tentativo di unire il testo Biblico al sacro lenzuolo ci dice inventando tutto, come possono essere andate le cose: "[sicuramente Giuseppe d'Arimatea o Nicodemo conservarono la Sacra Sindone per poi arrivare nel corso dei secoli fino a noi]", ma, in effetti, le cose andarono diversamente, bisogna ricordare che Nicodemo e Giuseppe d'Arimatea anche se simpatizzavano per Cristo erano sempre Giudei osservanti della legge di Mosè e la legge di Mosè prescriveva di considerare impuro ogni cosa venuta in contatto con un cadavere e possibilmente bruciarla nel fuoco, quindi la sindone imbevuta del sangue per noi santo del Cristo, era per loro il sangue di un uomo divenuto cadavere e quindi nel rispetto della Torah (la Legge di Mosè) andava eliminata distrutta. Levitico 11, 32-39; Numeri 9, 6-13.

C'è chi addirittura è arrivato a scorgere nella sindone di Torino l'impronta di alcune monetine in uso al tempo di Cristo (il Dilepton Lituus e il Lepton Simpulum entrambe coniate nel 29 d.C.) impressa sull'occhio destro e sull'arcata sopraccigliare sinistra ad indicare la perfetta coincidenza esistente tra la Sindone e l'epoca della morte di Gesù dei Vangeli, spiegando questa presunta prova con l'usanza "Gentile", pagana ma, attenzione non giudaica, di porre queste monete sulle palpebre degli occhi per tenerli chiusi. Gli ebrei del tempo di Cristo si ritenevano un popolo santo, separato rispetto ai vicini Gentili, infatti, cercavano per quanto possibile di evitare qualsiasi rapporto con chi non era ebreo (Giovanni 4, 9; Isaia 52,1) evitavano perfino i loro stessi connazionali esattori delle tasse perché maneggiavano moneta straniera (Matteo 9,10.11; Luca 15,1.2; 19,2.7) e quindi peccatori, figuriamoci quale atteggiamento potessero avere nei confronti dei romani, loro dominatori, infatti, per non contaminarsi non vollero entrare nel pretorio romano (Giovanni 18, 28) L'avversione verso gli incirconcisi era tale che evitavano addirittura il contatto delle loro tombe con quelle dei pagani. Se la preoccupazione di incorrere nella contaminazione e nella impurità era tale, è inimmaginabile una consuetudine che mettesse a contatto del cadavere dei defunti Giudei qualsivoglia oggetto pagano, come sarebbe l'uso di monete che avrebbero contaminato e profanato la salma del defunto. Anche per i discepoli di Cristo era impensabile l'uso di oggetti emessi dall'autorità che aveva ratificato la condanna a morte del loro Maestro. Lo stesso Gesù pare non abbia mai toccato monete romane, infatti, chi custodiva la borsa col denaro era Giuda Iscariota (Giovanni 13, 29) inoltre, quando gli fu chiesto a Gesù se pagare o no le tasse a Roma, si fece consegnare una moneta con l'effige dell'imperatore e disse la famosa frase riportata in Marco 12, 17: "réddite ígitur quae sunt Caésaris Caésari et quae sunt Dei Deo". Se Cristo quindi comando ai suoi discepoli di "rendere a Cesare le cose di Cesare" è impensabile che i suoi seguaci siano andati a mettere monete, oggetti di valore, valuta romana sugli occhi del Cristo.

Altri studiosi sostengono invece che le impronte delle monete sul viso erano state provocate dal flagello, infatti, si usava attaccare anticamente alle estremità della frusta pezzi di piombo e monete non più in uso, allora, in questo caso la data della morte dell'uomo della sindone è posticipata al II o addirittura al III secolo d.C. e quindi non ha nulla a che vedere con il Cristo dei Vangeli.

Il numero dei colpi di flagello sulle spalle dell'uomo della Sindone di Torino, oltre 120 è enormemente esagerato per quel che ne può sopportare un uomo comune, infatti, bastano circa 42 colpi per uccidere un uomo. Osservando l'immagine dell'uomo della Sindone di Torino, sembra che manchi qualcosa per poter sostenere che il lenzuolo sia stato a stretto contatto con un cadavere, infatti, non vedo la volta della scatola cranica (anatomicamente definita "ossa parietali") che è piatta (convessa) e liscia e si trova in ogni essere umano tridimensionale al di sopra della fronte, manca completamente, questo forse dimostra che l'immagine dell'uomo della sindone non è nata dal contatto con un corpo tridimensionale, se così fosse, si dovrebbe vedere davanti, di dietro e di sopra, invece l'uomo della Sindone è raffigurato solo davanti e di dietro, in altre parole, nell'immaggine dell'uomo della sindone, sono bene evidenti le ossa frontali e della faccia, le ossa temporali che corrispondono più o meno alle orecchie, il lobo occipitale e il rachide cervicale che corrisponde al lato posteriore del cranio, infatti è bene in evidenza la nuca, manca completamente la calotta cranica che in anatomia corrisponde alle ossa parietali; di questo aspetto sembra che nessuno di coloro che si sono occupati dello studio della Sindone ne parli.

Questa trattazione chiarisce inequivocabilmente che l'uomo della Sindone di Torino non è il Cristo dei Vangeli. Allora, che cosa è la sindone di Torino? È un oggetto che narra ad immagini come in un negativo fotografico la storia di un uomo che subì le stesse e identiche torture del Cristo dei Vangeli, un lenzuolo molto antico, ricco di storia, che è divenuto oggetto di fede a motivo della stretta somiglianza con la passione del Cristo e alla quale tutti i pittori si sono ispirati nell'illustrare l'immagine di colui che si è fatto visibile.

La stampa che presento qui in questa sezione del sito denominato "Vetrina" ha una cosa in comune con la Sacra Sindone conservata a Torino è in parte letteralmente achéropita, "non fatta da mani umane", l'uniche cose che la distinguono dalla Sacra Sindone è che il lenzuolo di Torino è di tessuto vegetale (lino) lavorato da un essere umano sconosciuto, inoltre, non si conosce da dove ha avuto origine l'immagine, se per contatto diretto con il corpo di una persona o qualcos'altro, è da aggiungere anche che l'immagine della Sindone è un negativo in bianco e nero, tipo un rullino per foto, invece il mio Mandylion achéropita è fatto anch'esso di tessuto vegetale, ma è stato realizzato direttamente dal Creatore in quanto è una foglia di Zucca Gigante incollata su carta.

Al credente in Dio spieghiamo che l'immagine achéropita è stata ottenuta in modo "miracoloso", in quanto io ho preparato un disegno in bianco e nero, poi ho messo l'immagine ottenuta a contatto della foglia (sandwich) e ho esposto tutto al sole, dopo circa due giorni di esposizione, il mio disegno, senza nessun intervento da parte mia si è trasferito miracolosamente sulla foglia di Zucca.

Agli scettici dico invece che per ottenere l'immagine del Cristo ho messo in atto le mie conoscenze sulla sintesi clorofilliana, conosciuta comunemente come "fotosintesi", caratteristica presente in natura in tutte le piante verdi.

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Information on the Introduced work

TITLE:

"Mandylion Pantocrator L'Achéropita"

Year of completion job:

00/00/2004

Used technique:

Press to the chlorophyll on leaf of pumpkin, acrylic on paper.

Measures:

cm. 25,7x36,5

Circulation:

1/150a

SIGNATURE:

The signature is under the leaf of pumpkin in low to the right: "Sersalensis."

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